18 Febbraio 2019
LA NOSTRA STORIA
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STORIA
Si comincia da lontano C´è sempre qualcuno che quando inizia a scrivere di storia, pensa sia un modo per sbarazzarsi del passato. L´abbiamo visto, notato, letto nelle più diverse occasioni. Noi lo riteniamo riduttivo, ma soprattutto permeato di un pessimismo esagerato. Non si confà, comunque, alle nostre intenzioni dove per "storia" intendiamo dieci lustri di sport, di vitalità, di scorribande giovanili, di funesta vecchiezza, di baldorie, anche di amarezze, certamente di entusiasmi, forse di rimpianti, ma, soprattutto, di passione. Ed allora scriviamo. Per ricordare, per celebrare, per onorare, per ridere e per sorridere, non certo per sotterrare i ricordi. E pertanto scriviamo. Su cose e persone. Su fatti e stranezze, di vittorie e batoste, di sonore bevute di nostalgia e pragmatiche realtà quotidiane. E quindi, obbligatoriamente, scriviamo di amici, di benefattori, di calciatori, di dirigenti sportivi, di coloro che, in qualche modo e con qualche ragione, hanno formato un legame, hanno lasciato un segno tra tutti i frequentatori del Gruppo Sportivo Dilettantistico Pertusa Biglieri. Pertusa! Strano sostantivo, se fate mente locale. A prima vista parrebbe una storpiatura del dialetto locale, il torinese che un pochino si eleva, non foss´altro nelle cadenze, sul piemontese in senso lato, ma non è così. Allora un nome esageratamente di fantasia? Nemmeno. La storia, la nostra storia, e qui entriamo nella storia vera, possiede ben altre radici. Partiamo addirittura da un secolo e mezzo addietro, da quella Torino che non era più capitale d´Italia, che stentava a digerire la rôberia (così l´avrebbero chiamata per tanto, tanto tempo ancora i torinesi) perpetrata, obbligatoriamente diciamo oggidì, dai politici di Vittorio Emanuele II, che stava in ansia al pensiero che gli portassero via anche l´Arsenale e gli opifici militari sul cui lavoro campavano migliaia di cittadini nostrani, che si era vista ridotta a borgo periferico, ma che sarebbe rinata, come ha sempre saputo fare, inventandosi decine e decine di nuove, eccelse idee. Che poi, queste idee, abbiano continuato a rubargliele è tutta un´altra narrazione. Torino, dunque, ai tempi dell´Unità d´Italia. Una Torino nobile, anche borghese, una Torino moderna che sapeva intravedere il proprio futuro, la ferrovia che partiva da Porta Nuova era uno dei segni dello sviluppo che si voleva per la città, ma anche una Torino arrabbiata, come s´è visto, per di più dai difficili rapporti di collaborazione con gli ordini ecclesiastici romani, con la Santa Sede. In quest´ambiente, di fervore, di nervosismo, comunque di novità, entra in scena un personaggio importante, di rilevantissima presenza nel capoluogo piemontese: l´Arcivescovo di Torino, monsignor Lorenzo Gastaldi. Cosa c´entra un prete nella storia del Pertusa? C´entra, c´entra. Gastaldi non è un sacerdote qualsiasi, non è una persona che accetta ordini se sa che sono bislacchi, ha una grande personalità, una cultura notevole derivatogli, soprattutto, dall´essere un rosminiano, un fervente percettore della filosofia e della teologia di Antonio Rosmini, ha viaggiato come missionario in Gran Bretagna, ha avuto sulle proprie spalle, in precedenza, delle grandi responsabilità, e se anche la stragrande maggioranza dei suoi diocesani lo appoggia, sono i pochi che "contano", i pochi che hanno le braccia lunghe a sbarrargli la strada. Di mezzo c´è anche la questione del "regio exequatur", l´informativa al Governo della nomina dei vescovi che, stante il braccio di ferro tra il Vaticano e l´Autorità italiana, in questa occasione era stato ignorato. Di qui, le ire e le riserve poste dai "democratici" da una parte, l´esultanza ed il senso di liberazione dei "cattolici" dall´altra. Ma delle diatribe tra l´Arcivescovo di Torino e l´"ordine costituito" non vogliamo occuparcene direttamente, ciò che vogliamo segnalare è che Lorenzo Gastaldi, a dimostrazione del suo alto valore morale, aveva donato gran parte dei suoi averi, ottenuti, quale primogenito, alla morte del padre e che un suo cascinale, denominato "La Pertusa", situato sull´asse sinistro della ferrovia, proprio all´altezza di quella che anche allora era la Barriera di Nizza, era stato regalato, in parti uguali, ai frati cappuccini e ai padri rosminiani: agli uni perché costruissero un oratorio, agli altri perché erigessero una scuola per i bambini più poveri della città. E così avvenne veramente. L´Istituto Rosmini si erge, elegante e austero proprio in Via Nizza, all´angolo dell´attuale Via Rosmini, mentre la chiesa del Sacro Cuore di Gesù, sempre in Via Nizza, con il suo piccolo oratorio di Via Brugnone e il suo rabberciato campo di calcio, è il segno più tangibile possibile dell´aggregazione tra sport e cura apostolica, tra attenzione al corpo e diligenza per l´anima. In quell´Oratorio nacque, si sviluppò e crebbe esponenzialmente il Pertusa, non ancora Biglieri. Ma perché quel particolare nome? A questo punto il racconto diventa facile e rassicurante. All´altezza, in Via Nizza, della chiesa del Sacro Cuore di Gesù, esiste, sull´altro fronte della ferrovia, quindi sul lato destro dello scorrimento della stessa, l´Ospedale Umberto I dell´Ordine Mauriziano. La ferrovia ne divide i confini, ma soprattutto in considerazione del fatto che centocinquant´anni fa non esistevano i sovrappassi di Corso Sommeiller, né di Corso Dante, era stato costruito un piccolo tunnel pedonale, ´l pertus, come chiamavano il "buco" in dialetto, che collegava le due zone cittadine. Ecco perché il podere, la proprietà dell´arcivescovo Gastaldi che sovrastava tunnel e dintorni, era stata chiamata "La Pertusa", proprio per quel passaggio sotterraneo di notevole importanza per i torinesi dell´epoca. Da qui facile spiegare perché Righetti volle chiamare la sua società proprio Pertusa. Righetti? Sì, sì, proprio Pier Augusto Righetti, che non esisteva, ovviamente, nel 1870, ma che nel 1955 ebbe modo di dare inizio all´avventura gialloverde, partendo dall´oratorio del Sacro Cuore con un colpo d´acchito tutto suo: decisione, competenza, qualche manciata di cinismo e soprattutto molta signorilità.

Un pallone, una preghiera e sette "forsennati" Dunque si frequenta l´oratorio. E´ un far comune, per quelle stagioni, dove il "reverendo", così ancora lo si chiamava il prete, il più delle volte è l´austera guida di un ambiente molto familiare, conosciuto, quasi obbligatorio. I costumi subiranno, tra non molto, una variazione epocale, ma per quegli anni, a dieci dalla fine della guerra, i punti di riferimento sono ben conosciuti. E´ vero, è arrivata la "vespa" che comincia a far scorazzare i giovani e i meno giovani, ma il divertimento, l´allegria, la spensieratezza, anche una certa sicurezza si trovano soltanto all´oratorio. E´ lì, in quei luoghi canonici per un ragazzino che cresce o per un giovane che vuol maturare bene, che si acquisiscono le note giuste, che si intavolano amicizie, certune destinate a durare l´intera vita terrena e forse... anche oltre, è all´oratorio che si combinano i primi guai seri: come fare, alla sera, a dire a nostra madre che le scarpe, comprate appena due anni addietro, si sono squarciate nel colpire, male, il pallone? Bel guaio sul serio, cui avremo cercato di porvi rimedio con un grosso elastico, tratto da una camera d´aria, da passare attorno alla tomaia. Ma come, dice qualcuno, speravate che nessuno, in casa, se ne accorgesse? Speravamo e basta o, al massimo, speravamo che la sberla a noi destinata riuscissimo a scansarla di quel tanto da non far venire la tentazione alla mamma di ripetersi e, ancora, di quel tanto da non lasciare "impronte" sulla guancia sinistra! In questa atmosfera che dire "goliardica" è solo un eufemismo, l´Oratorio del Sacro Cuore di Gesù è la casa, effettiva, di un bel manipolo di ragazzi che, finita scuola, si precipitano in Via Brugnone a sfogare con corse e pallonate le "reprimenda mattutine" del maestro o del professore, a raccontarsi le personali, a volte speculari, vicende della giornata. Qui non c´è il "reverendo", al Sacro Cuore, come sinteticamente lo si chiama, la guida è data da un frate, da un frate cappuccino ed in molti, lungo i tanti anni trascorsi in quella sede, si riveleranno degli amici grandissimi prima ancora che dei seri pastori di Cristo. Se pensate che siano soltanto luoghi comuni, questi che vi stiamo raccontando, probabilmente non ci siamo espressi bene; se qualcuno, di una certa età, pensa di aver già sentito questa solfa e non vuole porre altra attenzione, allora ha vissuto troppo in fretta la propria gioventù e quindi sarebbe il caso di leggere qualche altra riga per comprendere fino a quanto gli "assistenti" oratoriali del Gruppo Sportivo Pertusa, Biglieri in pectore, hanno "contato" nel rapporto con i ragazzi delle varie squadre e con i ragazzi stessi, intesi come varia umanità, come "gregge", ma soprattutto come nucleo sportivo. Per essere più convincenti, vi invitiamo a rileggere la prefazione che Antonio Giraudo ha anteposto a queste pagine; Giraudo, ora professionista amministrativo della Juventus, ha voluto ringraziare la Società per i begli anni che gli ha consentito di vivere, ma ha nominato, personalmente, due soli personaggi: uno è Pier Augusto Righetti, ovvio, esiste da sempre, l´unico altro è frate Berardo, al secolo Angelo Mollo, l´assistente oratoriano degli anni fulgidi della sua meglio gioventù. Avete inteso? Fra´ Berardo, l´amico, il consigliere, l´aiuto, anche il dirigente di calcio quando occorreva. E ce ne saranno altri... I frati cappuccini, dunque, sono serviti da collante in quel lontano 1955, hanno consentito che si formasse un vero sodalizio, che si desse una dirigenza allo stesso, che si scegliessero i primi sette giocatori e li si mandasse in giro per la provincia a dar pedate ad un pallone. Prima un passaggio in chiesa a sentir messa, poi una chiacchierata con Giorgio Emanuel, nominato presidente e poi, via, ad iniziare una bella storia. Avrebbe confidato, Emanuel, qualche anno dopo ad un amico: "Mi erano subito piaciuti quei sette forsennati, avevano voglia di fare le cose per bene, avevano grinta, determinazione. Credo che anche senza la spinta di Pier Augusto mi sarei intrufolato tra di loro". I sette "forsennati" erano Cremilli, Vastani, Massucco, Ulrico Righetti, Giacometti, Tagliano e Borgogno. La prima formazione, che già vestiva una maglia verde con i bordi gialli, era nata e si era tolta la soddisfazione di arrivare terza nella "Coppa De Gasperi", istituita dall´UDA Sport, emanazione del calcio giovanile del Centro Sportivo Italiano, per onorare il grande statista trentino scomparso l´anno precedente. Per ora c´è quella sola squadra, per di più con un organico ridotto al lumicino giusto utile per i tornei giovanili, ma non è questione di molto tempo perché altri ragazzi si affianchino al gruppo. Si ricomincia con un torneo a nove giocatori, altri nove che Pier Augusto Righetti ha cooptato tra i frequentatori dell´oratorio e che il presidente Emanuel catechizza uno ad uno, e non nel senso ecumenico, per il nuovo campionato, sempre nell´UDA Sport. Come noterete in qualche occasione, lungo la lettura del testo, la signorilità di comportamento viene evidenziata più volte e diventerà una costante nella vita societaria del club. Parrebbe uno snobismo, ma non è assolutamente così, parrebbe una chiusura alla vulgata, ma vi assicuriamo che era ed è semplicemente questione di carattere, di educazione ricevuta, di semplicissimo buon senso: arrivasse il figlio dell´avvocato, del medico o del battilastra di via Saluzzo l´accoglienza era sempre la stessa. E quei "nove" allora, era la stagione ´56/´57, vanno a vincere la Coppa Frassati, il primo alloro importante di casa gialloverde. Chi erano? Pansone, Pappalepore, Bianco, Barocco, Allia, Moretti, Menegatti, Fersini e Piovano, con l´aggiunta di Borgialli quando serviva, guidati da Cavallero, il "mister" di tante stagioni e sostenuti da padre Arcangelo, un frate con i "piedi buoni" si direbbe oggidì che, purtroppo, o fortunatamente (vai a distinguere il punto di vista!) non ha mai messo in pratica. La società, adesso, è un vero club, organizzato e sistemato a dovere, anche se il campo ridotto dell´oratorio non basta più e ci si deve arrangiare con affitti di strutture diverse, anche distanti. In quegli anni l´impiantistica sportiva è ben misera cosa a Torino, come, d´altronde, in gran parte della penisola, ma sta per arrivare il 1961, il Centenario dell´Unità d´Italia, e la nostra città, Torino ritorna in auge per dieci mesi, allestirà una miriade di iniziative sportive, ospiterà convegni, gare di finale di cento e cento sport, proprio in quelle strutture che negli anni precedenti sono state progettate ed ora si finiscono di costruire. Si inaugurano nel ´61 il Palazzetto dello Sport al "Valentino Nuovo", come impropriamente veniva chiamato il Parco Ruffini, lo stesso Stadio Ruffini viene totalmente ristrutturato, e, importante per le società dilettantistiche, vengono costruiti tantissimi campi di calcio nelle periferie della città. Sorgono, per esempio, il "Mercadante" e la "Falchera" a nord, il "Trecate" e il "Servais" ad ovest, il "Roveda" e il "Robaldo" a sud, il "Ponchielli" ad est. Con un sodalizio in espansione, ovvio che anche i risultati siano almeno soddisfacenti, se non importanti, come in alcune occasioni succede. Quei "nove" ora sono una squadra "vera" e l´allenatore è sempre Cavallero, che, con i suoi ragazzi, si toglie la soddisfazione di vincere una finale provinciale del CSI, battendo il Volpiano per 2-0. In squadra c´è sempre Allia, Pappalepore, Fersini, Barocco, Moretti, Bianco e Menegatti, ma si sono aggiunti elementi importanti per i destini di quel gruppo. E´ arrivato Fantinuoli, Giustiniani, Reinero e quell´Errani, portiere "pazzo", come, dicono, deve esserlo un numero uno, quanto simpatico e che Fantinuoli ricorda ancora oggi per le sue stravaganze. Era sempre "elettrico", attento, ma nelle uscite, quando gridava il "mia!", nelle prime volte che accadeva lo ascoltavano tutti e, sovente, si beccavano la "pera" perché il pallone o lo scavalcava finendo in rete o gli sgusciava dalle mani ancora "inesperte", ma dopo averlo conosciuto per bene, non gli davano più retta e lui, d´altronde, si dimostrava il buon portiere che fondamentalmente era. Nel 1960, entrati nella categoria Ragazzi, la bella "masnada" va a vincere il campionato piemontese, venendo premiata con una "suntuosa cena" da consumarsi nel refettorio dell´oratorio con tutti i dirigenti e gli "assistenti in saio" che ormai sono parte integrante dell´equipe. Sono comunque anni di giuste soddisfazioni. E´ sempre Fantinuoli che ricorda il bell´ambiente (avevano accettato anche lui, un brocco di terzino che si sarebbe comunque rifatto in seguito!), la vera amicizia con i frati, con padre Felicissimo, per esempio, che morirà pochi anni dopo in un incidente stradale con altri confratelli, e non si stancherà di raccontare quella famosa trasferta a Tortona, per iniziare la corsa verso il titolo italiano di categoria. "Partiti alle 10 del mattino dalla sede - racconta sempre Fantinuoli - fummo bloccati dal passaggio del Giro d´Italia poco prima di Alessandria ed arrivammo a Tortona, per incontrare gli avversari liguri, pochi minuti prima dell´inizio della gara. Perdemmo 3-2 ed i nostri sogni tricolori si infransero sulle colline del tortonese". Quelle sono ancora stagioni "primitive", con un calcio quasi ingenuo, che consentono, comunque, anche qualche bella soddisfazione. Alcune "scorpacciate" eseguite nei tornei dell´Agnelli, a Valdocco, al "Venchi Unica" di Pozzo Strada, siglano un periodo "tecnicamente" d´oro, coronato da una vittoria al Campionato Provinciale "Ragazzi B" del CSI che viene colta nel 1962. Il merito va tutto a gente come Tamagnone, come Bertino, Tosetti, Chiavario, Bodini, come Prola, Robino, Prato, Frola, Raffaele, Coris e un certo Mauro Grieco. Ma chi è l´allenatore: ancora Cavallero! E chi sono gli accompagnatori? Fra´ Berardo e padre Giancrisostomo, il cui nome, tardo bizantino, è tutto un programma. Abbiamo accennato a quel "certo Mauro Grieco", che già dal ´59 frequenta l´oratorio per un motivo semplice... o semplicemente motivato, abita a due passi dal Sacro Cuore e ciò che lo attrae, sono le sue precise parole di quasi cinquant´anni dopo, è: "Sentivo sempre un gran vociare, la dentro, un gran casino costruito da voci giovanili ed allora avevo cominciato ad affacciarmi, dapprima timidamente e poi, invogliato da qualche amico, quasi con prepotenza. Ho passato dei bellissimi anni in quell´ambiente, ho fatto, da calciatore, tutto il settore giovanile". Mauro è il capostipite di una vera dinastia dei Grieco in casa gialloverde, di cui narreremo nello svilupparsi della storia con cadenza obbligata e frequenza costante. Per ora Mauro Grieco appare "solo" come un giocatore, emigrerà in altri lidi, quasi apparentati, e tornerà in queste stagioni esaltanti che il Pertusa Biglieri sta vivendo, con veste di prim´attore. Inoltre si intravede Prato, già ben piazzato in società, che sarà il cardine di un gruppo di giocatori in arrivo dall´ateneo torinese. Ma c´è tempo, andiamo per gradi. Infatti, quelli, paiono tempi di cambiamento, la mutazione è palpabile, si avverte nell´aria. La decisione di tanti ragazzi di affiancarsi a quelle squadre, l´impegno (vuoi mettere quanto il pallone calamiti le tante anime del borgo?) che i Padri profondono nell´aiutare, consigliare, correggere, suggeriscono al presidente Giorgio Emanuel, a Pier Augusto Righetti, giovane liceale che "veleggia in loco" ormai da tempo, di verificare la consistenza del loro giovane sodalizio. I due, fra´ Berardo e altri si guardano in faccia, ammiccano per qualche secondo e poi scoppiano a ridere tutti assieme: "ma che consistenza e consistenza, qui, oggi, il problema è uno solo, c´è da verificare se la FIAT "1100" di Emanuel si rimette in moto, perché, nel pomeriggio c´è da andare a giocare a Robaldo!" Già, proprio la mitica "1100" grigia che Ulrico Righetti, nei mesi scorsi durante una chiacchierata, aveva ricordato con nostalgia e con un breve batticuore al pensiero delle mille scorrazzate per Torino e provincia, carica come una scatola di sardine, di giocatori, dirigenti e materiali vari. "Ma tutti non potevate entrarci ed allora come si faceva?" "Semplice - aveva risposto nell´occasione Ulrico - un buon numero andava in macchina, altri in tram o in pullman se si giocava in provincia, oppure, se la trasferta era comoda, anche in bici". Dov´era il problema, allora, se la "1100" si metteva in moto? Parrebbe una battuta, neanche tanto originale, ma la spensieratezza, fatta ovviamente di gioventù, di pensieri semplici, permeava tutti coloro che facevano gruppo al Sacro Cuore e se si doveva usare la bici di Pinin, il macellaio di Via Petrarca, con uno sulla sella ed un altro sul tubo per andare a giocare fino a Regio Parco, andava bene così, per tutti. Non ci si sentiva eroi dello sport, per carità, lo facevano in tanti, erano gli anni giusti, che non consentivano smancerie o considerazioni da alta borghesia. E l´interesse aumenta. Pur se Emanuel dispensa ramanzine, (e tutti lo ricorderanno proprio come un secondo papà e gli vorranno un bene dell´anima!), pur se minaccerà di mandare, coloro che intendevano... battere la fiacca, ad allenarsi nelle vicine Scuderie di "Avandero", notissima ditta di traslochi dell´epoca che usava ancora carri e cavalli, situata tra l´oratorio e la ferrovia, chiamando a gran voce lo stalliere Scovero, un amico che stava sempre alla battuta ed appariva ogni tanto a "minacciare" il malcapitato, il Pertusa si afferma. Recepisce nuovi giocatori e nuovi dirigenti ed è della "famiglia" anche Luciano Spilotri, cooptato da Pier Augusto Righetti che ha bisogno di "specialisti". A Spilotri propone la funzione di "cassiere", qualifica, pare, per niente ambita e che significava una serie di incarichi variegati, tipo l´ufficialità al botteghino per i miseri incassi del tempo, scambiandosi sovente il posto con Beppe Ordazzo, altro "nuovo" di cui sentiremo ancora parlare, oppure il controllo di maglie e palloni ed un occhio ai conti veri e propri che, comunque, si dimostrano una cosa semplice semplice per la velleità dei fondi, sempre scarsi da far paura. Questa è una costante di quasi tutte le società sportive dilettantistiche, in qualsiasi epoca si viva, ma quando Spilotri, che aveva accettato il compito per l´autorevolezza e la furbizia di chi glielo aveva proposto, lo racconta, congiungendo le mani a mo´ di preghiera e allargando gli occhi a dismisura, pare proprio di sentirsi in mano, palpabili, le due-lire-due che componevano il fondo cassa, ben sapendo, comunque, che giorno per giorno tutto veniva regolato. Ma se gli stati d´animo possono far intendere apprensioni che è giusto descrivere ma da non prendersi troppo sul serio, la serenità regna sovrana tanto che la società si trasferisce, armi e bagagli, in "Lega", come veniva chiamata la FIGC in periferia e, partendo dalla Terza Categoria si affianca a sodalizi di primaria importanza operanti in città. Intanto una società consorella, il G. S. Bacigalupo, fondata pochi anni prima del Pertusa e con sede nelle vicinanze, ha ottenuto la concessione dal comune di Torino per costruire e gestire un terreno di gioco situato in Corso Spezia all´angolo con Via Ventimiglia, proprio di fronte all´ospedale Sant´Anna, ed il Pertusa, con la sua solita abilità di intavolare trattative, ottiene qualche spazio su quell´impianto e vi fa giocare la prima squadra. Una prima squadra che va a vincere il suo primo titolo in Federcalcio, conquistando il passaggio in II Categoria con Benoni, Cassanego I e II, Allia, Manfrinati, Pisciotta, Alessandria, Caramia, Fantino, Perdomi, Merlo, uno della "dinastia" Grieco, Antonio, Fersini e Prato. L´allenatore è il solito Cavallero e i dirigenti che seguono la squadra si chiamano Robino, Maniero e Gargano. Bel colpo per Emanuel, Righetti, Cavallero e fra´ Berardo che se pur continuano a tenere le riunioni, tecniche, organizzative o... spirituali, nel teatrino interrato della parrocchia di Via Brugnone, intanto stanno pensando ad un vero e proprio settore giovanile da organizzare e mandare in orbita. Non è che la società abbia soltanto la prima squadra, anche se è quella che crea conoscenze, visibilità e attrattive, perché esistono gli juniores, gli allievi, i giovanissimi, ma è un fatto estemporaneo, messo in piedi perché è peccato mortale mandare via i tanti ragazzi che arrivano in Via Brugnone dove ancora si fanno allenamenti e partitelle. "Non occorre molto ingegno, Einstein vive, se vive, altrove, servono uomini pazienti, predisposti e capaci", sono le solite, pragmatiche parole di Pier Augusto Righetti mentre chiacchiera con i suoi collaboratori. La persona giusta arriva.

Lo ricorda perfettamente Beppe Di Palma, un dirigente che sarà ricordato oltre che per i suoi meriti di conduzione, anche per la sua infallibile capacità culinaria, per i suoi "famosi pasta e fagioli", mai sufficientemente osannati, come aggiunge Spilotri. Quella persona è Sergio Lotto. Sergio frequenta gli uffici della Federazione, intavola una ferrea amicizia con Righetti e si fa convincere ad entrare nella nuova impresa. Diverrà, in seguito, selezionatore di varie Rappresentative, torinesi e piemontesi, assumerà altri incarichi di prestigio in FIGC, ma finirà per ritirarsi, anzitempo aggiungiamo noi, dal mondo del calcio, forse in polemica con qualcuno delle alte sfere, forse per dei suoi motivi personalissimi che non ha mai spiegato a nessuno, fatto sta che al momento della pensione, pur in forze, andrà in "eremo" da qualche località della Liguria e di lui si perderanno le tracce in città. Ma gli arrivi non sono al lumicino, "uno bravo che resta e cinque schiappe che vanno", la fine degli anni sessanta dimostra che la società è piena di vitalità, che sa destreggiarsi tra lupi ed agnelli, meglio i primi un po´ meno i secondi, tra coloro che ormai popolano, numerosi, l´ambiente del calcio nostrano. Già, perché la concorrenza si è fatta serrata, si comincia a parlare in gruppo, nascono i primi approcci per radunare dirigenti delle varie società cittadine, gente con gli attributi giusti ed a volte persin troppo robusti, che, comunque, partoriranno qualche cosa di interessante fra qualche stagione. Righetti, il Pier Augusto abile traghettatore come ce lo dimostrerà in cento e cento occasioni, e non si pensi a Caronte di virgiliana o dantesca memoria altrimenti s´incazza, usa contornarsi di gente in gamba, anche solo parente del Pertusa, come quel Franco Muratori, prematuramente scomparso e mai troppo rimpianto, dirigente federale finissimo, prima, e associativo, poi, con un cranio da Richelieu ed i tratti da Sancio Pancha (com´è vero che l´abito non fa il monaco!), che sarà un consigliere esterno del Pertusa, vuoi per vicinanza domiciliare, vuoi per simpatia e di cui coloro che vogliono bene a questo sport non possono non conservarne l´emblema in uno dei loro cassetti della memoria, oppure, dicevamo di Righetti, usa raggiungere amici per raccontargli una barzelletta, poi per chiedere loro un piccolo, proprio un piccolo favore, tipo "se non hai nulla da fare, domenica mi mancherebbe l´ometto che porta il secchio dell´acqua", per concludere che senza di lui, di quel certo amico, la società sarebbe persa e terminare davvero con l´entrata, in pompa magna o forse neanche tanto magna, di un bel dirigente in casa gialloverde. Questa, per sommi capi, è la storia di Paolo Pagnone, di Mimmo Buffa, con l´aggravante di farsi fregare per bene e passare da giocatore a dirigente, del "geo", come ormai tutti chiamano un abilissimo manager amministrativo, informatico e chissà cos´altro che risponde al nome di Franco Aimonetti, quindi di Mimmo Chianale e di molti altri che stanno mettendo il "becco" in società. Per ora è il caso di nominarli, più avanti ne sentiremo delle belle.



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